Il bacio di sora nostra morte corporale
In memoria di Adriana Beltrame

(Suggerimenti di Chiara Basile Zoffoli)

Era la sua ora ed esserci arrivata non dopo sofferenze lunghe e inaudite, terapie mortificanti e degrado che il progredire dell’età avrebbe potuto creare, è stato un atto di tenerezza di Sorella Morte, che l’ha portata là dove è l’approdo dei giusti dove speriamo sia luce, pace, vita piena, armonia con tutto il creato, Amore senza fine e dove possa ancora essere raggiunta dall’amore di voi suoi cari e da cui il suo possa ancora raggiungervi e sostenervi. Chiara Basile Zoffoli

Alla fine del cammino mi diranno: hai vissuto? Hai amato? Ed io, senza dire niente, aprirò il cuore pieno di nomi. Pedro Casaldaliga“

Nel tempo della vita
Il sole ti ha scaldato
La terra ti ha nutrito
Il Suo Spirito ti ha guidato.
Spirito di intelligenza e amore
Anima di ogni cosa
Perfezione di ogni evento
Energia dei mondi.
Nel tempo della fine
Ogni forma si dissolve
Ma nulla muore
Solo si trasforma.
La materia che sei
Tornerà a disperdersi nell’universo
Nella terra, nell’acqua, nel vento
Danzerà ancora.
Come nell’eterno inizio di ogni cosa.
Non aver paura
Riposa con fiducia
Nella tenerezza dell’amore
Che avvolge ogni cosa
Anche se perduta nel male.
Amen, amen

Domenico Basile – 4.8.2017

E porta in te la certezza che nulla va perduto, come osava dire un amico, vecchio prete di montagna: la speranza che nulla va perduto della nostra vita, nessun frammento di bontà e di bellezza, nessun sacrificio per quanto nascosto e ignorato, nessuna lacrima e nessuna amicizia. Nulla va perduto. Michele Do

Cari amici, qui dico amici
Nel senso vasto della parola:
Moglie, sorella, sodali, parenti,
Compagne e compagni di scuola,
Persone viste una volta sola
O praticate per tutta la vita:
Purché fra noi, per almeno un momento,
Sia stato teso un segmento,
Una corda ben definita.
Dico per voi, compagni d’un cammino
Folto, non privo di fatica,
E per voi pure, che avete perduto
L’anima, l’animo, la voglia di vita.
O nessuno, o qualcuno, o forse un solo, o tu
Che mi leggi: ricorda il tempo,
Prima che s’indurisse la cera,
Quando ognuno era come un sigillo.
Di noi ciascuno reca l’impronta
Dell’amico incontrato per via:
In ognuno la traccia di ognuno,
Per il bene od il male,
In saggezza o in follia
Ognuno stampato da ognuno.
Ora che il tempo urge da presso,
Che le imprese sono finite
A voi tutti l’augurio sommesso
Che l’autunno sia lungo e mite.

Primo Levi, 16 dicembre 1985

(Dedicata agli amici conosciuti tra i banchi di scuola, nei lager o passeggiando in Val di Lanzo.)

Il simbolo del merlo.

Dopo la morte di suo padre, trovava di tanto in tanto ad attenderlo un merlo. Uscendo di casa, sui gradini della scuola. Sulla piazza della chiesa. Quella presenza discreta, ma insistente gli poneva una domanda: cosa vorrà dirmi? Gli sembrava, infatti, quella presenza un piccolo simbolo. Una parte che si vedeva da mettere insieme, da unire (come significa la parola simbolo) a una parte che non si vede. Così, sfogliando il dizionario delle religioni, scoprì che il merlo era simbolo della relazione tra il regno dei vivi e il regno dei morti. Anzi, che questo uccello era il messaggero che dal regno dei morti portava un messaggio, appunto, al regno dei vivi. Questo lo impressionò non poco. Continuò la sua ricerca. Scoprì così che, nella tradizione popolare, il merlo era simbolo della risurrezione, perché nel pieno dell’inverno (la morte) cantava, annunciando la primavera (la vita).

In questo modo, quell’uomo aveva soddisfatto la sua mente. Tuttavia il suo cuore era rimasto con quel punto interrogativo come appeso al cielo.

Un giorno andò al cimitero a trovare il papà. Mise la bicicletta fuori dal camposanto e si incamminò verso la tomba del padre. Con grande maraviglia vide fermo, davanti alla tomba, un bel merlo nero con il becco giallo. L’uomo si fermò e attese. Il merlo fece altrettanto. Poi il merlo volò via. E mentre quell’uomo, con il cuore che gli batteva forte, stava andando alla bicicletta, rivide con sorpresa posarsi di nuovo lì vicino il merlo che fece sentire per un tratto il suo bel canto.

Quel canto del merlo, quell’uomo lo sente ancora nelle orecchie e lo porta nel cuore. È il piccolo, ma indubitabile canto di una delle più belle Pasque della sua vita. È la proclamazione con la quale l’Angelo rassicura: «Non cercate tra i morti colui che è vivo, Gesù non è qui, è risorto!». da ‘Racconti per la vita’ di Marco Campedelli

Per ri-dire la morte

Questo piccolo racconto ci parla dell’importanza, anzi della necessità dei simboli per attraversare la terra della morte. Oggi, la morte è nascosta, falsata, contratta dentro un paravento. I nostri bambini vedono la morte mediatica, ma non conoscono l’umanità della morte. Quando muore un nonno, alcuni genitori ritengono che non sia opportuno portare il bambino al funerale. Gli impediscono così di partecipare a quel patrimonio simbolico, di vivere i riti, attraverso i quali è possibile iniziare la via necessaria e sanante della rielaborazione del lutto. da: Christian Bobin, Resuscitare, Gribaudi, Milano 2003, p. 11.

Requiem di Mariangela Gualtieri

Non chiedo per voi l’eterna pace

non quel sonno infinito delle pietre

io non prego per la perpetua luce

in un tetro di tenebre ghiacciate.

Non chiedo sonno per voi

non imploro riposo

io non prego perché restiate stesi

con palpebre per sempre sigillate.

Chiedo ebbrezza per voi. Giocondità chiedo.

Vita piena di giovani animali della foresta,

ebbrezza di slegati.

Chiedo per voi, morti nostri, un’adesione

a tutta la bellezza che vediamo

crescerci intorno e dalla quale siamo,

noi vivi, siamo separati.

Nota che troppo spesso stona. Mano

che rovina. Testa che porta dentro sé nemici.

Siate bellissimi, morti nostri. Diventate voi

tutta la meraviglia di quando alziamo la faccia

nell’aperta notte e quasi non reggiamo

quell’impero enigmatico di stelle,

tutta l’eleganza armonica del cielo.

Siate voi.

Non prego per voi. Io prego voi.

Andate. Dove sarà svelata

la profezia dei fiori,

di tutti i fiori. Nella pace siate

di certe domestiche sere,

nella gioia d’infanzia, nell’abbraccio fra umani, siate,

un vapore di fornelli, dove si fa il pane,

dove si beve il latte. Nel semplice stare

che non vediamo, se non a volte

dopo un dolore grande.

E il riposo vostro sia la melodia rotante

di tutti i mondi.

Sia nella voce di qualcuno che canta

nel rumore d’acque sia la vostra pace

in tutte le tane silenziose, dove da una madre pregna

esce un cucciolo inerme, bagnato di leccate.

Andate. Siate. Liberati – nello svelato

mistero del nascere a qualcosa che non sappiamo,

al quale diamo il tetro nome di morte e forse invece

come seme ci schiude, a più vaste vite, a più vaste

vedute. Forse.

da ‘Quando non morivo’ di Mariangela Gualtieri, Einaudi 2019, pp 99-100

L’insormontabile altezza e la distanza, il diverso, anzi il totalmente altro con cui l’uomo ha a che fare quando pronuncia il nome di Dio; il mistero paragonabile solamente all’oscurità impenetrabile della morte, nel quale Dio si avvolge proprio allorché disvela, si fa conoscere, si manifesta all’uomo; … perché e in quanto Dio gli usa grazia, perché vuol essere ed è il suo Dio. da: Karl Barth, L’umanità di Dio, 1956